Premetto che guardo con affetto ai tifosi del Milan, come a tutti quelli delle altre squadre. Coi sentimenti non si scherza e anche io, tifoso del Lecce, costretto a subire le avversità degli ultimi anni, ne so qualcosa. Premesso questo, ho visto la sconfitta di ieri del Milan come un segno dei tempi.
Tempi segnati finalmente dal declino di un uomo che ha comandato (ma non governato) in lungo e in largo senza produrre nulla, o estremamente poco, di buono per il Paese, rispetto alle potenzialità dei governi che ha presieduto. Continuamente lamentoso e rancoroso verso una magistratura verso la quale, contrariamente alle promesse elettorali, non ha mai prodotto una vera riforma, per cercare di risolvere, in un senso o in un altro, i cronici problemi della giustizia italiana. Il risultato sono invece stati una miriade di leggine ad personam, che hanno lasciato il tempo che hanno trovato e anzi, se possibile, hanno peggiorato le cose.
Ora che sembra tutto finito, che finalmente il responsabile principale dello sfascio italiano è posto davanti alle sue colpe, tutto sembra rivoltarglisi contro. Perfino un anonimo Verona (ripeto, lo dico con tutto l'affetto possibile), neopromosso, probabile protagonista della lotta per non retrocedere, ha sconfitto la squadra di cui è presidente quell'uomo.
Al sapere di quella sconfitta mi è tornato in mente un vecchio film di Totò, quando appunto questi era un genrale temuto e riverito. Mentre era in servizio perfino la macchina lavamarciapiedi, al mattino, quando usciva di casa per una passeggiata, deviava gli spruzzi per non bagnarlo. Il giorno dopo la pensione, invece, quella stessa macchina, appena lo avvistò fece finta di deviare lo spruzzo e, quando lui si avvicinò fiducioso, fece partire uno schizzo che gli bagnò tutto il vestito, beccandosi gli improperi del malcapitato.
Questo ho visto ieri sera, la fine di un potente con la pernacchia finale da parte di chi, fino a quel giorno, era sotto.
"Non bisogna solo essere onesti, ma apparire onesti. E c’è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no! [...] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!”. (Paolo Borsellino)
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domenica 25 agosto 2013
Un segno dei tempi
giovedì 1 marzo 2012
Tutto porta nella stessa direzione.
Accadono cose, in questi giorni, apparentemente staccate l'una dall'altra ma che, secondo me, ad una attenta analisi, conducono ad una sola identica matrice.
In Val di Susa, per esempio, si sta combattendo una guerra volta a stabilire un diritto rispetto ad un altro. Però, mentre chi è favorevole alla realizzazione del TAV (maschile, perché significa treno ad alta velocità, se fosse stato femminile allora si sarebbe dovuto chiamare FAV, ferrovia ad alta velocità, o semplicemente AV, cioè alta velocità) ne parla quasi per partito preso, evitando accuratamente di fornire dati a supporto delle proprie idee, chi è contrario al TAV snocciola percentuali e cifre che fanno pensare anche a chi non conosce bene la situazione, come il sottoscritto, che effettivamente la realizzazione del TAV corrisponda alla costruzione della classica cattedrale nel deserto, che il giorno dopo l'inaugurazione verrà lasciata a marcire laddove è stata realizzata, coperta dalle erbacce e dal disastro ecologico conseguente. Ma i partiti sono daccordo, tutti, quasi senza eccezioni, tranne forse il timido abbaiare di qualcuno che comunque cerca di non disturbare più di tanto.
Un'altra cosa che salta agli occhi in questo perdiodo è la grande popolarità del presidente del consiglio Monti che contrasta vivamente con la impopolarità delle sue scelte di governo. Mi sono chiesto come mai e forse ho trovato una risposta plausibile. Monti, nell'immaginario collettivo degli italiani, rappresenta l'antipolitica, quello che ha cacciato i partiti dal governo (ma non dal parlamento) e sta facendo uno sforzo sovrumano per rimettere a posto le cose. Credo che i partiti faerebbero bene a tenere a mente questo fortissimo segnale e non nella direzione di spostare le elezioni di un anno, perché pare che ci sia il rischio di una altissima astensione (più del 50%) nelle elezioni del 2013.
L'Italia, come il Belgio, sta vivendo una fase politica in cui i partiti sono assenti. In più i nostri partiti sono corrotti, marci dentro, tutti presi da interessi inenarrabili, ma che a piccoli bocconi, infestano le cronache giudiziarie e stabiliscono che in Italia vi sarebbe, secondo loro, una feroce lotta fra magistratura e politica. Io credo che i partiti dovrebbero essere azzerati e dovrebbero nascere, in Italia, sessanta milioni di nuovi partiti, i cittadini italiani, che finalmente scelgono con la propia testa e la smettono di schierarsi come se quello che succede non li riguardi direttamente ma vada nella direzione illusoria di una partita, in cui perfino chi riesce a non pagare per un reato, non sia un delinquente in libertà, e quindi uno che merita il disprezzo del popolo, ma uno che l'ha spuntata rispetto alla magistratura.
mercoledì 5 ottobre 2011
Parole tendenziose.
Vorrei porre l'accento sulle parole di Alfano, l'ex ministro della Giustizia. Lo voglio fare non tanto per controbattere alle sue parole, ma per rimarcare quei concetti già espressi recentemente in un precedente post. Ritengo infatti che tutti i depositari di un potere abbiano bisogno di una certa immunità che gli consenta di prendere serenamente ogni decisione. Questo vale per i giudici, ma vale anche per i politici, per i religiosi o per i giornalisti. sta poi al buon senso di ciascuno comportarsi correttamente nei confronti delle persone che subiscono le conseguenze positive e negative del loro operato. Fermo restando che deve esistere un organismo interno, che si chiami CSM, Parlamento o altro organo competente specifico, secondo il settore, che giudicherà il comportamento dei propri affiliati e ne trarrà le conseguenze in maniera oggettiva, possibilmente senza interferenze o sollecitazioni esterne.
Alfano, come anche parte degli organi di comunicazione, si è detto sconcertato per la sentenza sul caso di Perugia e si è chiesto chi pagherà per gli anni di carcere comminati a due innocenti. Io non voglio chiedere quello che già opportunamente ha chiesto ad Alfano la senatrice Finocchiaro e cioè: chi pagherà per il Lodo Alfano, bocciato dalla Consulta? No, io voglio fare un altro percorso. Mettiamo che i due presunti assassini fossero stati dichiarati innocenti nel corso del primo grado di giudizio e quindi, a seguito di nuovi elementi, si fosse celebrato il secondo grado e lì fossero stati ritenuti colpevoli, cosa avrebbe detto il signor Alfano e quegli organi di informazione che hanno sparato sui giudici? Oppure, ferme restando le sentenze emesse, può anche essere che l'ultima sentenza sia quella sbagliata, perché i due presunti assassini sono colpevoli, altrimenti non si spiegherebbe chi ha ucciso la ragazza inglese, e quindi i giudici "da punire" non sono i primi ma i secondi.
Insomma, il concetto che voglio esprimere è che non è mai facile emettere una sentenza, ma soprattutto che, quando si emette una sentenza coraggiosa, come quella del secondo grado nel processo di Perugia, che ha ribaltato completamente il verdetto del primo grado, bisogna restare in silenzio ed averne rispetto. Consci anche del fatto che alla base dei problemi della giustizia italiana non vi sono solo i magistrati, che pure hanno un ruolo, ma vi è soprattuto una classe politica corrotta che, dati alla mano, non ha nessun interesse a portare avanti una seria riforma.
venerdì 8 gennaio 2010
Vieni avanti, Bonaiuti!
A proposito dello tsunami giustizialista evocato da Bonaiuti, vorrei dire, anche in vista delle elezioni regionali prossime venture, che la magistratura non è politicizzata. Lo so, al cittadino che vaga senza meta, quasi abbindolato dalle notizie dei TG nazionali, questa può sembrare una bestialità. Mi rendo conto che potrebbe anche essere una affermazione carica di odio, che rischia di seminare violenza, come quella della bomba lasciata davanti ad una procura calabrese nei giorni scorsi (certamente non il finto modellino del Duomo del finto incidente occorso al premier). Ma in questo post vi dimostrerò che non può che essere così.
I magistrati sono persone e in quanto tali hanno delle passioni, anche politiche, quindi non credo che esista un magistrato che non sia mai andato a votare. Ma questo non deve voler dire che i magistrati, nel momento in cui devono prendere una decisione nell'ambito della loro sfera professionale, si chiedano quale sia la tessera politica della persona che stanno giudicando. Io sono un medico ed anch'io vado a votare, o almeno ci sono andato fino a quando una legge elettorale mi ha sollevato da ogni responsabilità decisionale, stabilendo che non potevo più scegliere il candidato che preferivo. Ad ogni buon conto ho anch'io le mie idee politiche, non condivido la maggior parte delle idee dell'attuale esecutivo che giudico il peggior governo degli ultimi 150 anni. Ma questo non significa che nel momento in cui io ho a che fare con persone iscritte al PDL, mi comporto in maniera diversa rispetto a quelle persone che sono iscritte ad altri partiti. Nel mio lavoro gli utenti sono tutti uguali e non ho motivi di ritenere che per gli altri colleghi sia diverso. Una persona che si rivolge ad un ospedale o ad uno studio medico per la soluzione di un problema ha il massimo rispetto e la massima disponibilità da parte del suo interlocutore, indipendentemente dalla sua tessera di partito. Così come ci sono certamente medici che si comportano male con i propri assistiti, lavorano poco nel pubblico per allungare le liste di attesa e dirottare gente nel privato, dove ogni prestazione in più contribuisce a gonfiare le entrate. Ma anche questo avviene indipendentemente dalla tessera di partito, i medici disonesti o opportunisti, o furbi, lo sono indipendentemente dalla tessera del partito, loro o dei loro assistiti.
Analogamente credo che accada per i macellai, i farmacisti o gli architetti. Chiunque ha a che fare con la gente, ferma restando l'opinione politica di ciascuno, si comporta secondo i dettami della propria educazione, cultura, carattere, ma mai in base alla fede politica. Perché allora, signor Bonaiuti e signori tutti del PDL, per i magistrati il discorso dovrebbe essere diverso? Ci si rende conto o no che la stessa affermazione genera discriminazione sociale, razzismo, in quanto diffonde nella società idee sbagliate, anche perché le decine di magistrati (non centinaia come va blaterando lui) che si sono occupati del premier non possono essere tutti di sinistra (tra l'altro Magistratura Democratica è una corrente fortemente minoritaria)? Ci si rende conto che i giudici, negli ultimi anni si sono occupati di politici di destra e di sinistra, perché tutti hanno esagerato con la corruzione e quindi qualcosa bisognava pur fare?
Infine voglio dare un consiglio ai politici: occupatevi di politica, che sta morendo, nella società e nel cuore dei cittadini, lasciate perdere la disonestà, vedrete che il presunto tsunami giustizialista si placherà e il cielo tornerà ad essere sereno.
martedì 3 novembre 2009
Un appello da condividere per una giustizia più giusta.
Pubblico, perché lo ritengo giusto e lo condivido, l'appello firmato da alcuni magistrati e condiviso da molti cittadini italiani:
"In questi giorni circolano "appelli" di vario contenuto, rivolti da alcuni magistrati al mondo politico-istituzionale, affinché sia maggiormente rispettata l'indipendenza della giurisdizione. Essi guardano alla indipendenza cd. "esterna", quella cioè che preserva i magistrati da interferenze provenienti da poteri diversi dall'ordine giudiziario.Riteniamo altrettanto allarmanti i segnali che il potere interno alla magistratura ha inviato ad alcuni magistrati impegnati in delicate e complesse inchieste, alcune delle quali riguardanti anche esponenti dello stesso ordine giudiziario.Il troppo tempestivo allontanamento di alcuni magistrati dai loro compiti è apparso a molti come un'interferenza indebita sui processi in corso. E' stata, cioè, messa in discussione l'indipendenza cd. "interna", quella che permette al singolo magistrato di applicare la legge e di non subire condizionamenti, neppure se hanno origine all'interno del suo stesso ordine di appartenenza. Ecco il motivo di questo appello che è aperto alla sottoscrizione di tutti i frequentatori del blog. L'indipendenza del magistrato, infatti, è un bene intangibile del quale sono titolari tutti i cittadini, in nome dei quali la giustizia è amministrata.La riforma della materia disciplinare, di recente introduzione, non ha mancato di sollevare perplessità e preoccupazioni sin dalle sue prime sperimentazioni pratiche.In particolare, è apparso serio il rischio che il nuovo istituto delle misure cautelari disciplinari, applicabili all'esito di una procedura oltremodo sommaria, interferisca sui procedimenti giudiziari in corso provocando l'allontanamento del magistrato dalle sue funzioni, e quindi dal processo a lui affidato secondo criteri legali.Il sindacato disciplinare dei provvedimenti giudiziari, esercitato con parametri piuttosto vaghi come quelli della “correttezza”, quando non della ”opportunità”, dagli esiti spesso difformi dai vagli giurisdizionali compiuti nelle sedi naturali, genera una sorta di “doppio binario” in virtù del quale l'atto giudiziario, immune da vizi in sede processuale, diviene - a torto o a ragione - patologico in quella disciplinare.L'impiego del nuovo strumentario disciplinare, per come manifestatosi nelle sue prime attuazioni pratiche, mette in crisi il principio di soggezione del giudice alla legge e, attraverso il drastico esonero del magistrato dalle sue funzioni, anche quello del giudice naturale.Un sistema che si fonda sulla competenza legalmente predeterminata dei magistrati, ai quali gli affari sono assegnati secondo rigorosi criteri oggettivi, così come non tollera la sottrazione del processo al suo magistrato, mal sopporta la sommaria sottrazione del magistrato al processo.Del resto, l'accertamento della responsabilità disciplinare del magistrato non può e non deve ambire a prevenirne gli eventuali abusi in un singolo procedimento, evenienza alla quale l'ordinamento risponde adeguatamente sia con i controlli interni al processo, sia con la giurisdizione penale alla quale i magistrati sono soggetti come tutti gli altri cittadini, non essendo ammesse zone immuni dal controllo di legalità.Di qui un appello affinché il ricorso alle misure cautelari ad opera degli Organi della Giustizia Disciplinare si conformi ai fondamentali principi regolatori della giurisdizione, in modo che nessuno possa ipotizzare che il suo corso naturale ne sia indebitamente influenzato."
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